Ma andiamo con ordine.
Sappiamo tutti che la prima uscita al mare è un trauma. Quando addirittura la si fa davanti ad un nugolo di pelli già made in Marocco, l'essere un fototipo 4 non aiuta affatto, anzi, attira la curiosità morbosa di chi si chiede "ma guarda come è possibile che siamo al 5 di agosto e questa ragazza con questi capelli e questi occhi così scuri è così bianca, mah, sarà anemica poverina".
Sappiamo anche che il bello dell'essere in cerca di lavoro è che, per la prima volta in non so quanti anni, si ha la possibilità di mimetizzarsi nel beige della sabbia all'inizio della stagione estiva, e cioè quando la maggior parte dei vicini di ombrellone ha quell'imbarazzante colorito giallognolo da studio o ufficio.
Il che significa che la prova costume quando si è fototipi 4 e si è a metà giugno diventa una mossa vincente perché la cosa che notano le mille mozzarelle che si incontrano è una pelle più abbronzata della loro e basta. Così un fototipo 4 all'approssimarsi del primo giorno di mare a giugno si sente sicuro di sé, pensa "evvai, al 5 o 6 di agosto i bagnanti non dovranno schermarsi al mio passaggio tra gli ombrelloni perché finalmente non sarò io l'unico essere candido e illuminante dell'intero emisfero boreale" e cose così. Pensa anche "che la faccio a fare la prova costume TANTO sto bene sicuro, non sono ingrassata neanche di un grammo e perdippppiù è giugno ancora".
Bene, bene. Mai sottovalutare il potere dell'autostima.
Però però quando si ha un po' di tempo libero capita anche di fare shopping. E quando si fa shopping è inevitabile incontrare loro: le commesse. Che in quanto donne e venditrici insieme, sono nel modo più assoluto gli esseri umani da evitare con tenacia il giorno prima della prima uscita al mare.
Perché mettiamo che voi stiate in un negozio e con una perizia investigativa cerchiate spasmodicamente tra il modello di pantaloni che vi piace la vostra taglia (taglia che è una 42, anche se per poco, considerata la vita sedentaria, ma è comunque ancora una 42). Se una commessa vi passa accanto e vi chiede "posso aiutarti?" e voi:
- il giorno dopo dovete andare al mare
- non avete fatto la prova costume
- siete in piena sindrome premestruale e dunque soggette a sbalzi d'umore nonché ad attacchi d'ira funesta per qualsiasi cosa esca leggermente fuori dai vostri piani,
allora SCAPPATE.
Perché alla vostra osservazione "ah, sì, grazie! ma non c'è la 42 di questo?", lei (la perfida creatura femmina e venditrice che magari è fototipo 3 e a mare, poverina, forse ci andrà solo il 15 di agosto e sta anche lei in sindrome premestruale) vi potrebbe rispondere:
"no, ma IO (egocentrica di una commessa, cos'è questo MA) ti ho GUARDATO (cioè, mi hai guardata??) i FIANCHI (aaaaaaaaaaaaaaargh, oddio mi odia ha detto fianchi davanti a me) e di questo modello (nooo, non lo dire) sono SICURA (neanche il beneficio del dubbio, crudelia faina) che ti sta bene (aaaaaaargh, non ti permettere di dirlo, no) la TAGLIA 44 (quaranta-quattro a ME?)".
Dopo aver consultato la mia attendibilissima e segretissima fonte ho, con profondissimo sdegno, constatato che nel mentre stavo tristemente a guardare a pancia in sotto sul mio letto nientemeno che Jumanji (per la prima volta nella mia vita e per giunta su Italia 1), al Palalottomatica i Four Horsemen mi hanno fatto l'incommensurabile affronto di suonare proprio No leaf clover.
Aspettate che vado a piangere copiosamente sotto al cuscino.
EDIT DELLA DOMENICA MATTINA
Nel mentre scrivevo questo post (minuto prima, minuto dopo, a proposito di tristi congiunture) moriva nientemeno che Michael Jackson.
Ora. Non sono tra quelli che si azzardano a dire che rimpiangeranno la sua musica. Semplicemente e solo perché la sua musica è ovunque (anche nel ripiano sopra al mio stereo, per fare un esempio) e di certo non si perderà. E anche perché (detto tra noi) dubito - e me ne dipiaccio - che altro di meglio sarebbe potuto venire, in futuro.
In ogni caso, resta il fatto che per molte delle canzoni di Jacko ho pronto un ricordo personale e anche un fotogramma preciso della mia vita. Quindi non posso far altro che ringraziare e togliermi il cappello, nonostante tutto.
Smooth Criminal - Michael Jackson
Non chiedetemi perché scrivo in questo modo antiquato, ma mi sta uscendo fuori così, in questi giorni.
Soprassiedo sul fatto che, dal cinquanta per cento delle persone che conosco, ho sentito dire "tanto è un referendum, che ci vado a fare, a votare".
Soprassiedo anche sul fatto che cambiare qualcuno di questo cinquanta per cento non mi farebbe affatto male.
Soprassiedo parzialmente anche sul ciarpame senza pudore che sta emergendo in questi giorni. E dico solo che Vergini che si offrono ad un settantaduenne (anche se è un Drago travestito da un Catilina senza Cicerone) per ottenere la speranza di un favore o di una carriera è piuttosto avvilente e degradante per qualsiasi donna (addirittura carina) che tenta di combinare qualcosa di buono facendo uso solo delle proprie hard skills (senza alcun riferimento sessuale, per quanto ironico possa essere). E che questa carriera sbocchi nello spettacolo o nella politica è ben differente. Perché passi pure che mi ritrovi una meteorina dal passato da escort a cinguettare da Fede al posto di qualche comandante dell'Aeronautica, ma a governarmi ci deve stare chi sa e non chi la sa dare.
Non soprassiedo sul fatto che la televisione (davvero ad esclusione del Tg3 e di Sky) abbia completamente glissato sulla vicenda (e leggete qui, se volete, non so se si potrebbe scrivere, questa cosa, meglio di così).
Sentir dire che il ciarpame è gossip mi fa rabbrividire. E' gossip scoprire che ci potrebbe essere un giro di prostituzione intorno ad appalti pubblici truccati? E' gossip scoprire che nelle sedi del governo sia possibile registrare qualsiasi cosa si voglia e magari usare il materiale per ricattare i vertici dello Stato?
Non soprassiedo neanche sul fatto che al Senato dovrebbe passare il decreto sulle intercettazioni.
Eh sì, perché io spero proprio che passi. Come cittadina media ho una paura folle che i giudici intercettino qualche telefonata in cui dico a mia madre di aggiungere la pasta anche per me, dato che rientro per pranzo. Davvero se si dovesse sapere in giro che mi piace mangiare la pasta tutti i giorni (e per giunta al dente!) potrei davvero dire addio alla mia carriera da... mhm... carriera da...
Ah, già, scusate. In tutto questo trambusto dimenticavo che io un lavoro ancora non ce l'ho.
Ci deve essere qualche spiegazione biologica al fatto che le zanzare arrivino a ronzarti in faccia proprio nell'esatto istante in cui ti stai per addormentare.
Né prima (e cioè quando stai con gli occhi chiusi ma mantieni una certa degna lucidità), né dopo (e cioè quando ormai il senso dell'udito ti si è attutito).
No. Loro arrivano quando l'udito c'è ancora e però nel cervello comincia a formarsi quella velocissima catena di pensieri che ti fa associare - che so - il colore verde della tenda alla muffa del formaggio e la muffa del formaggio a tuo zio e tuo zio a Schifani e Schifani ai fagioli e ai fagioli l'Empire State Building.
Proprio all'improvviso mentre ti figuri il pollo del ristorante messicano di New York ti arriva in faccia di nuovo quel maledetto zzzzzz e allora agiti un po' le mani per aria con una certa violenza sperando di non arrivare a schiaffeggiarti. Dopo un minuto passato a imitare kung fu panda hai la certezza di averla vinta tu.
Ma proprio nell'esatto momento in cui hai preso ad associare i quadretti dei fogli alle mattonelle del bagno della stazione arriva di nuovo la maledetta zanzara e allora tu alzi a sedere di scatto e con un un urlo le dichiari guerra: cominci a sbattere il cuscino per aria e sul materasso più e più volte che, pensi, prima o poi la dovrò pur ammazzare. E invece no. Lei vince SEMPRE.
Voi direte prenditi uno di quesgli aggeggi che uccido questi animali volanti. Le girandole puzzolenti, gli spray immobilizzanti, i gel da spalmarsi addosso, le gabbiette fulminanti. Ma no, io dico. Voglio qualcosa che non sia artificiale. Voglio qualcosa di biologico, che rispetti la natura.
Che dite, Obama ci viene a dormire da me, se gli chiedo per favore ti prego?
Per dirvi. Obama in un sol colpo ha ucciso una mosca e io stanotte, invece, ho dormito sul divano. Non si può fare, questa vita, no.
La verità vera è che, per qualche strambo motivo, a me piace proprio essere svegliata alle sette e mezzo del mattino dal presidente dell'associazione x che mi dice che lo sa che forse è tardi ma ha bisogno che sul giornale esca scritto un certo annuncio.
La verità è che mi piace che l'addetto stampa di quel dato sindacato mi chiami al cellulare per chiedermi come mai non sono ancora arrivata in sede dato che c'è la conferenza stampa. E io rimedio al fatto che google abbia messo la mail nello spam vestendomi e trovandomi lì venti minuti dopo.
E la verità è che mi galvanizza provare a chiamare per dieci volte dieci persone diverse con il blocco degli appunti e il computer davanti, e segnarmi quello che dicono e poi riscriverlo in fretta in modo da vedere cosa manca.
E anche mandare al capo i messaggi telegrafici sulla chat di Google per chiedergli se c'è spazio.
E persino girare per strada e ritornare con in tasca niente più di nulla.
Persino leggermi le leggi, i decreti, i regolamenti per contraddire quello che mi dice la gente e vedere poi le facce aggrottarsi e le dita accendersi un'altra sigaretta. Persino vedere i mezzi sorrisi dei colleghi che anche se scrivono altrove mi fanno capire che stiamo tutti dalla stessa parte.
Non so, vedere come si riempiono i fogli; vedere le fotocopie girare; scattare le foto a tradimento ai documenti. Registrare quello che la gente ti dice e risbatterglielo in faccia quando ritratta. Litigare. Vedere di essere riuscita ad ottenere qualcosa nonostante tutto.
A volte davvero faccio fatica a capire se ci sia mestiere più bello.
Poi da un ragazzo con i capelli un po' spettinati, prima della conferenza stampa, esce fuori che quelli dell'ambito giornale per cui ha lavorato per un po' sono dei bastardi che ti dicono sì scrivi questa cosa e poi ti richiamano per dirti che l'idea fa schifo. E poi te la ritrovi il giorno dopo in forma breve, sì, ma non firmata. E i soldi non te li danno più. E decine di persone e la vita te lo confermano.
Dalla ragazza più in là esce fuori lo sguardo triste di chi ancora non riesce a mantenersi e sta dodici ore al giorno fuori casa. L'altro ragazzo ti chiede come si sta nel tuo giornale, che al suo ci si avvilisce per gli stessi motivi per cui tu, in fondo, stai cercando di farti passare la voglia.
Poi esce fuori che i giornali sono eversivi, che violano la privacy, che sono sciacalli. E tu invece dentro di te sai cosa significa stare dietro a quei blocchetti. Che va bene che stai sul locale, ma la gente è uguale dappertutto e a tutti i livelli. E sai che la libertà di stampa è inviolabile, che c'è gente che ci morirebbe, per continuare a fare questo lavoro, ma incontra ostacoli su ostacoli ogni giorno. Non ci vuole niente a corrompere chi non ha nulla da perdere.
Fino a quando il sistema terrà i giornalisti sottopagati non ci sarà mai via di uscita. La passione non dà da mangiare e prima o poi tutti se ne accorgono.
... che siete al quinto piano di un palazzo e decidete di scendere con l'ascensore. Quindi entrate in questo ascensore un po' traballante, sbattete le porticine interne che non si chiudono, schiacciate il numero 0 e con un balzo l'ascensore comincia a scendere.
E quindi voi state lì a girarvi i pollici per tipo quindici secondi pensando che forse l'ascensore ha il doppio della vostra età e sdà, tonfo.
E quindi voi aprite le porticine trasparenti, guardate per un secondo e pensate che c'è qualcosa che non va e poi dopo un altro secondo toh, vi accorgete che avete il muro davanti.
Cioè: l'apertura dell'ascensore dà sul muro. E quindi voi strabuzzate gli occhi e fate la bocca come il grido di Munch e, per tutta risposta a questo affronto delle porticine che danno sul muro, richiudete i due sportellini, vi girate e premete il numero 1.
E guardate oltre questi vetri trasparenti e vi cominciate ad allarmare perché anche al primo piano l'ascensore si ferma contro il muro.
E solo dopo aver schiacciato il numero 2 vi rendete finalmente conto che l'ascensore si apre su due lati.
L'altro pomeriggio è stata forse l'unica volta in cui ho collegato il mio ipod al mio computer fisso senza fare i dovuti riti per pregare che lo sguardo premuroso della benevolenza divina si poggiasse sul mio angolo pc e creasse l'aura protettiva contro la malevola presenza di I-tunes.
Comunque mi sono distratta e le forze del male hanno vinto. Insomma, collego l'ipod e sento che c'è qualcosa di strano. Il tempo di pensare "no ti prego" e mi è uscito scritto l'incredibile.
Pare proprio il mio Ipod shuffle sia l'unico essere che in Italia riesce a perdere TUTTE le proprie funzioni dopo che sia stata accertata la sua corruzione.
A parte che, a vederlo, il mio ipod mi pareva proprio una brava persona, sempre lì timidino con la sua pinzetta che si nascondeva sotto la mia camicia. uno che parlava solo con me, dalle cuffie non usciva neanche uno spiffero (che potevo tenere la musica anche moderatamente alta senza assordare quelli si trovavano nel raggio di venti metri). Uno che modestamente aveva anche una bella casetta, stava dentro il suo sacchetto arancione e non dava fastidi. Un tipo litigioso (ce l'aveva con itunes e il pc, questo è poco ma sicuro), certo. Ma che prendesse le mazzette sottobanco proprio io non me lo aspettavo. E pare che questo scherzetto mi costerà un viaggio in assistenza. Non ho il coraggio di vedere qual è la tariffa.
Quasi quasi comincio ad usarlo come pinza raccoglifogli per la scrivania.
Noto questo strano fenomeno per cui tutti protestano, si indignano, deridono, e poi (puntualmente) i sondaggi smentiscono. O sono i sondaggi, ad essere artefatti, oppure (più semplicemente) la gente ha vergogna di dire che vota centrodestra. Verrebbe da chiedere loro il perché.
Noto anche che questo pluralismo di cui si parla è una montatura ributtante. Non riesco a vedere un telegiornale che non sia su Raitre. E non riesco a vedere un talkshow che non sia su La7. Ho i consumi mediatici di un cinquantenne. E' inquietante. Mi vien da pensare che un po' di educazione su come funzionano i mezzi di comunicazione aiuterebbe i ragazzi a capire cos'è il pluralismo. A capire il sottile gioco dell'ordine delle dichiarazioni (chi parla all'inizio e alla fine? Chi ha il provilegio di mettere l'ultima parola e smentire definitivamente l'avversario?), il sottile gioco dell'alzare la voce o dello scuotere la testa in favore di camera, le inquadrature, gli applausi, gli equilibri della proprietà dei mezzi, di come funziona il consiglio di amministrazione della Rai e di come ha funzionato l'assegnazione delle frequenze digitali. Si capirebbero tante cose. Oggettive.
Noto anche che la logica di marketing (che dà in pasto alla gente ciò che ha bisogno di vedere) ha trasformato la Rai in un contenitore di nulla. La cronaca e il gossip tirano perché la gente non ha più il ballatoio e la televisione è fatta per distendere, ma se l'Italia ha deciso di imporsi (tramite il servizio pubblico) l'educazione e l'informazione, che continui a farlo.
Noto anche che nessuno più dice Berlusconi. Silvio, mister B., il presidente del consiglio, Lui, il Cavaliere. Ora anche Papi. Mi è venuto in mente che Stalin veniva chiamato Piccolo Padre, come lo zar, nella speranza che assicurasse protezione contro l'incertezza (meno male che un Papi c'è!). Strano, però.
Stamattina mi sono vista riflessa in un autobus di passaggio e non mi sono riconosciuta. Niente di ontologico. Per un attimo ho proprio pensato: ma dove sono finita? Non mi rifletto più?
Proprio è assurdo che io sia andata in giro con il vestito della laurea addosso, vi giuro. E non solo perché faceva un caldo che si moriva e perché ho avuto il coraggio di metterci sotto non le scarpe che avevo alla laurea (e cioè gli stivaletti con il tacco sottile. Che non so se è da otto o da dieci, ma sicuro so che mentre ritornavo al parcheggio tentavo di urlare dal dolore ma dallo sfinimento non ci sono riuscita), MA un paio di lumberjack (meglio dei sandali con i calzini che portano i tedeschi, però mi si è sfiorita tutta la vena da donna in carriera che dava il vestito, nonostante avessi tentato di rimediare con la valigetta).
Il punto è che se mi avessero detto (ma diciamo anche sei mesi fa) che io sarei andata in giro in completo grigio topo, io mi sarei fatta un sacco di risate. Bene.
Sta di fatto che sono entrata nel Palazzo per una riunione pre-stage. Direte: cos'è una riunione pre-stage? Non lo so. Io so solo che mi hanno detto che è opportuno che segua un paio di riunioni per entrare nel vivo dei problemi che dovrò affrontare durante lo stage. Bene. Non saranno sufficienti venti, di riunioni, ma va bene.
Sono entrata e mi sono rivelata in tutta la mia straordinaria abilità di affrontare con disilvoltura le situazioni formali.
Insomma. Passi che ho dato la mia patente come pegno, con dietro in bella vista il nome orrendo della scuola guida di provincia dove l'ho presa. Passi che ho detto quello che, per tutto il viaggio il treno, mi sono ripromessa di non dire assolutamente: "ehehehe (risata? Che avevo da ridere?) no, sa, è la prima volta che vengo qui". Passi che ho bussato a due uffici prima di arrivare in quello giusto, nonostante i nomi scritti sulle porte.
Ma strisciare il badge che mi hanno dato per ben cinque volte nel lettore (quante combinazioni esistono per passare una tesserina tipo carta di credito? Le ho fatte tutte) nonostante ci fossero anche i disegnini, è stato il punto più basso della giornata. Anzi no. Lo è stato quando ho detto "hehhe (risata, ancora?) ce la posso fare, mi manca solo questo verso!" al custode che mi mimava come fare al di là del vetro. Bene.
Non per fare la schizzinosa, però vorrei consigliare alle signore che viaggiano sugli Intercity che, se proprio sentissero l'irresistibile bisogno di togliersi le scarpe e decidessero (per non so quale claustrofobica perversione) di mantenere il finestrino chiuso (nonostante i trenta gradi all'ombra), pensassero almeno di tenere la porta dello scompartimento aperta.
Capisco che alla fine della giornata i calli si fanno sentire, soprattutto se fa caldo e si hanno le scarpe chiuse che fanno sudare; capisco pure che le vene varicose e il problemi di gonfiore siano piuttosto comuni. Ma perché mai tentare di nascondere tutto questo nella cupola di vetro di uno scompartimento di un Intercity Plus? Non capisco. Prima o poi qualcuno entrerà. Si avvicinerà alla porta trasparente, vedrà dentro due signore con le gambe alzate senza scarpe, guarderà il finestrino e con faccia sconsolata appurerà che è sigillato.
Allora, voi signore che vedete da dentro a questa cupola questo movimento di sguardo, vi rendete conto di aver creato una camera a gas? Vedrete sicuramente il suddetto viaggiatore cacciare dalla borsa il proprio biglietto e confrontare il numerino che c'è sopra con la pazza idea che quel 109 possa trasformarsi in qualcos'altro. Guardarete la sua faccia mentre alla mente gli torneranno come dei flash gli scompartimenti che ha appena oltrepassato. Il viaggiatore si ricorderà di aver visto uno scompartimento vuoto; di aver visto quello con dentro un quarto della nazionale svedese di rugby (o di pallavolo femminile, se è maschietto); di aver visto quello con dei ragazzi dal viso simpatico e dai piedi racchiusi nelle scarpe; di aver visto quello con un signore da cui farsi prestare il giornale. Se ne ricorderà mentre aprirà la porta e l'odore di piedi lo investirà come una scia di una discarica a cielo aperto.
Allora io mi voglio attivare, perché questa cosa non succeda mai più. Mi rivolgo agli amici di Trenitalia (dato che le vecchie signore con i piedi fuori dalle scarpe probabilmente non leggono il mio blog). E mi rivolgo, in particolare, ai simpatici amici che in Trenitalia scrivono i messaggi che il capotreno legge con l'interfono e che non hanno alcuna utilità sociale.
Invece che:
- Blin blon. Buongiorno a tutti è il capotreno che vi parla. State viaggiando sull'Intercity Plus 343638390303 bis diretto a (disturbo che copre il nome della città). Il treno si fermerà a milanogenovaanconasaturnoroccaoscuraaltromondo. Buon viaggio. Blin blon. (come se nulla fosse stato detto, praticamente).
- Blin blon. Stazione di (disturbo). Si ricorda ai signori viaggiatori di non aprire le porte esterne prima dell'arresto del treno nella stazione prevista. E' vietato scendere dal lato non adibito al servizio viaggiatori. Blin blon.
(tipo io invece direi che chi forza la porta per scendere sulle rotaie vicine può anche essere anche lasciato perdere, dato che non ha molto da offrire sulla strada del progresso dell'umanità).
Io direi di mettere qualcosa tipo:
- Blin blon. Ah! Ti ho visto! Sì, proprio tu che ti sei tolto le scarpe, sì, dico a te! Ma ti pare, porcapuzza, neanche il finestrino hai aperto. Sì, proprio tu che ti guardi intorno, dico a te: rimettiti 'ste scarpe e fai passare un po' d'aria prima che il treno si fermi. Blin blon.