Approfitto di questo momento di inaspettata tranquillità per rendervi partecipi di un altro degli incresciosi episodi che rendono la mia vita più avventurosa di quella della donna che pulisce i bagni a Roma Termini.
Io pensavo sinceramente che in questo nuovo post avrei dovuto trovare le giuste parole politically corret per delineare i mille e uno difetti del popolo dei toscani. Invece fato ha voluto che sui toscani mi debba censurare (almeno per ora). Vorrà dire che scriverò di loro non appena si accumuleranno altre prove che mi faranno cancellare con certezza la simpatica regione della C perduta tra le zone papabili per ospitarmi vita natural durante.
Intanto urge un'altra meraviglia delle meraviglie.
Partiamo con ordine.
Ora di cena. Telefonata da un privato sul mio cellulare. Rispondo.
Voce maschile che cerca di fare un sussurro suadente e invece ne esce qualcosa di molto simile ai rantoli di un asmatico: Ciao bela, dove sei?
Nephie: mi scusi?
Voce: ho visto tuo anuncio, sei a (città che non ricordo)
Nephie: mi sa che ha proprio sbagliato numero.
Voce: ah, scusa.
E vabbè.
Giorno dopo. Undici e trenta circa di mattina. Il cellulare mi suona in pieno ufficio.
Voce 2: ma non rispondi mai, come è possibile?
Nephie: cosa dice?
Voce 2: dico non rispondi al cellulare.
Nephie: ma lei chi è?
Voce 2: ho visto il tuo annuncio...
Nephie: oh, ma non ho messo nessun annuncio io, ha sbagliato.
Voce 2: ah, scusa.
E vabbè. Sarà un caso.
Quattro ore dopo il cellulare segna cinque chiamate perse. La sera.
Voce 3: ciao
Nephie: pronto
Voce 3: ciao... eh... come stai? (approccio timido)
Nephie: senti ma che vuoi?
Voce 3: ho visto il tuo annun...
Nephie: allora io sto cominciando ad innervosirmi quell'annuncio non l'ho mmesso io, ma ora mi devi dire dove sta che lo devo far eliminare. Subito.
Voce 3: era un messaggio d'amore.
Non ve la tiro per le lunghe, ma dal quinto maniaco con cui ho parlato sono riuscita a spillare l'indirizzo preciso di questo fantomatico annuncio d'amore. Non prima di aver dovuto sentirmi domandare dal suddetto "ahahahhahaha (risata sua), e come mai il tuo numero di telefono sta sotto quell'annuncio ahahhaha" (!) e "ma scusa, ma tu sei di Città dove attualmente vivo (il che mi dice che il mio accento ha subito una piccola mutazione. A questa domanda ho risposto: "della provincia", per dargli un che di vago dico non dico sempre rimanendo genericamente dentro al territorio italico, ma senza specificare espressamente la provincia di che)". Lui mi ha anche detto (gentile) che il mio numero stava sotto a una foto con una con (cito testualmente) "tutte le te--e di fuori, hahahahha". che ti ridi, maniaco che l'hai anche chiamata, sfigato.
Comunque il mio numero è stato per quattro o cinque giorni sotto ad una foto con una con le "te--e" di fuori, per giunta anche molto più grandi di quelle che ho io.
Oltre al danno, la beffa.
Orbene, vi dirò una cosa.
Se dovete rifiutare un volantino pubblicitario non è che un sorriso a ventiquattromila denti rivolto all'indiano che ve lo porgeva con tanto di "no, grazie, grazie (ripetuto due volte), ma ne ho già due uguali" vi salverà.
Una volta che il torto è fatto che gli importa (a lui) che ogni santissimo venerdì - ci fosse pure una tempesta di grandine a bucarvi la testa, per dire - voi non potete non entrare nella stazione senza prendere il suo volantino di scarpe.
A lui che importa che la prima volta l'avete preso e l'avete anche letto nella vostra mente? A lui che importa se è passato un mese e il volantino è sempre uguale e voi lo tenete ancora in qualche recondita tasca della vostra borsa? Il fatto è che gliel'avete rifiutato. Punto. E vi avrà pure fatto il sorriso splendente mea culpa di chi sa che i volantini che elargisce effettivamente sono una ciofeca come pensate voi, ma la verità vera è che niente vi salverà.
La scivolata in stile pattinaggio artistico sul ghiaccio sul pavimento traslucido della stazione centrale non ve lo toglierà nessuno. Mi avessero fatto almeno l'applauso di incoraggiamento, mi sarei sentita una vera atleta.
Non mi piace che la gente qualsiasi mi abbracci.
Donne (soprattutto), uomini (con le dovute eccezioni: mr. het, sei sempre il benvenuto, tu!*), anziani, bambini (che di solito ci mettono anche il bacio bavoso). Non mi piace e basta. vedeteci pure i complessi che volete, ma fatto sta che qualndo qualcuno che non conosco bene come le mie tasche mi abbraccia mi sale l'irrigidimento totale che finisce che sembro una vittima di qualche serial killer pescata in pieno rigor mortis dentro a qualche truce storia della Cornwell.
Poi non capisco questa esigenza di scambiarsi il calore del corpo come fosse un sorriso. Ci sarà pure una differenza, no?
Allora mettiamo che in uno slancio di euforia uno prenda e mi abbracci per quei due o tre secondi immediatamente successivi alla scoperte - mettiamo - che la bomba atomica mandata nello spazio dalla Nasa è riuscita a deviare la traiettoria del meteorite che puntava dritto su casa tua. Va bene, ci sta.
Ma se mi partono con i venti secondi sono pronta a fare una follia. (Soprattutto se a farlo è la Capa per i sensi di colpa. Qui ci vorrebbe una faccina sbalordita, ma non la metto per mantenere quel briciolo di dignità che mi è rimasto).
* Hei, non voglio sentire proteste: questa storia almeno una volta ogni due mesi ve la devo ricordare. E' il segnale che sono ancora io a digitare questi post.
P.S.
Come lampantemente (?) manifesto dall'immagine immediatamente sopra, nell'esatto momento in cui caricavo il link all'evento di cui all'esterisco, quasi fosse un segno divino, mi si è impallata del tutto la connessione. meno male che esiste Stamp.
E' bello lasciarsi il maltempo alle spalle e passare un'intera settimana sotto il sole. Vi dirò: questo periodo sarà pure un periodo folle, un periodo in cui sto continuamente sotto pressione, in cui continuamente devo dimostrare che senza di me il posto in cui sto colerebbe a picco (il che non è affatto ovvio, come potrete immaginare: se in ufficio non ci sono le fotocopie emergono problemi organizzativi di non poco conto ma di certo non cade l'Italia), ma sto imparando molte cose.
Sto imparando ad usare programmi prima d'ora aperti soltanto per caso (e adeguando per caso le mie conoscenze al mio curriculum).
Sto imparando che essere intraprendenti paga molto (e non c'è niente di erotico sottinteso, preciso).
Sto imparando che la gente spontaneamente mi prende a cuore (e c'è altra gente che pagherebbe oro per riuscirci).
Il mio collega di stanza litiga con tutti, sbotta, si incazza, brontola. Con me litiga, sbotta, si incazza e brontola, ma poi mi offre il caffé, mi dà il numero di cellulare nel caso in cui fossi in pericolo e non sapessi chi chiamare. Mi chiede anche che mangio per pranzo. E il Capo non capisce come sia possibile. E ogni volta che mi vede e siamo sole mi dice "come hai fatto?". La prossima volta le rispondo la verità: lavoro gratis, lui lo vede, e quindi ha pietà di me. E poi le dirò: regolati di conseguenza (mimando l'atto di firmare un contratto). Secondo me mi caccia.
In ogni caso, sto imparando anche che concentrarsi è più semplice se le orecchie sono riempite di The trooper degli Iron Maiden (un esempio a caso) piuttosto che delle chiacchiere delle signore disperate di mezz'età.
Sfido chiunque a sopravvivere a:
1. pioggia torrenziale stile tsunami;
2. stivali con tacco e suola rigorosamente pro-scivolo;
3. trolley-protesi come anello di congiunzione tra suolo e mano destra;
4. ombrello arancione estensione (molto poco coprente) del braccio sinistro;
5. sanpietrini sdrucciolevolevi;
6. borsa (de)cadente sulla spalla destra;
7. giochi senza frontiere dell'autunno:
- Primo livello: "caccia all'esercizio commerciale abilitato alla vendita dei biglietti degli autobus" con tanto di accompagnamento horror del violino scordato del più grottesco violinista-mendicante di tutti i tempi;
- Secondo livello: evita le pozzanghere e colpisci il bottone della chiamata pedonale del semaforo senza creare i presupposti per una broncopolmonite;
- Final level: insegui l'autobus sfrecciante;
- Fil rouge: sguscia nella folla tipo slalom gigante senza che il carico pendente (di cui al punto 4) trasformi i piedi della folla scappante in amabili sottilette di formaggio;
8. amabile donna dall'aspetto zingaresco con bambino in braccio che spinge e urla "avanti vai avanti, più AVANTI" nell'esatto momento in cui, dopo aver appena trasbordato sull'autobus straripante la vostra maledetta valigia, state individuando il corridoio d'aria in cui ficcare la vostra faccia,
senza pronunciare con fiero e nobile accento altoatesino (o valdostano, come volete, possiamo anche dargli sfumature sudtirolesi se vi fa piacere) in un range di decibel che cresce progressivamente dal livello "martello pneumatico" al livello "decollo dello shuttle" (ruggito incluso):
Ennòn cce lla ffaccio, MINNN-CHIA.
Vivere fuori casa in una città con gente straniera (come ha detto una ragazza toccando il minimo assoluto della curva del cosmopolitismo) mi fa dimenticare certe cose.
Tipo che esiste il citofono.
Cioè. Io sento il citofono suonare e stupisco ogni volta a pensare al rumore che fa, invece di rispondere.
Tipo anche che in casa mia il livello medio di decibel è quello di un cantiere edile in pieno fermento.
Cioè. Io mica ricordavo che da due ore di conversazione con i miei e mia sorella insieme si rischia di uscire rimbambiti. Sarà che vedendoci di meno le cose da dire si ccumulano e aumenta la densità delle parole nello spazio di tempo, ma cavolo, oggi pomeriggio mia madre, al cospetto della mia faccia che implorava pietà, mi ha detto "nephie ora vado via, tanto lo so che stai aspettando solo questo".
Ma non è per niente, solo che non ci sono più abituata. Il picco di decibel questa settimana l'ho conosciuto in ufficio nel momento in cui dalla stanza del Capo sono uscite delle urla malefiche dire "Non seie stata tu, è stato questo signore a sbagliare!", e noi dell'ufficio affianco, dopo esserci guardati in faccia per dieci secondi aguzzando l'udito, abbiamo esclamato eccitati "si picchiano, si picchiano". Per dirvi. Poi la giornata ha questo andamento regolare fatto da Silenzio - UrlaCapo - Suoneria di quella dell'altra stanza* - maledizioni al capo del mio compagno di stanza - silenzio - UrlaCapo e il circolo riprende.
Per dirvi, è raro che la gente presente in stanza si rivolga a me tutta insieme nello stesso momento. A pensare che due mesi fa riuscivo abilmente a districarmi in queste conversazioni simultanee mi piange il cuore.
Per farvi un esempio.
La conversazione con mia nonna non so come prende una piega grottesca e lei mi fredda chiedendomi "hai visto i due sposati dei pacchi ieri sera?". Hai voglia a dire a nonna, ma io un altro po' manco tengo il letto, figurati la televisione. Niente. Lei comincia a raccontarti le avventure mirabolanti della coppia vincitrice partendo più o meno dall'origine del mondo e condendo il tutto con ardite operazioni matematiche.
Allora che poi hanno vinto quindicimila, che nella chiave c'erano cinque euro, fuori al pacco diecimila lire, allora cinque più diecimila fa quindicimila lire". Nonna, quindicimila euro. Eh vabbè io sto dicendo in soldi italiani, quindicimila lire. Nonna sono sette euro. Oh, hai ragione, aspetta, allora sono cinque e diecimila, quindicimila e allora fanno cinquecento euro. Nonna, ma aspetta, erano felici loro? Felicissimi! Ma allora fa che era un milione e mezzo di euro? Nooooo, quale milione, erano mille lire, mille euro, ma come si dice? Nonna, ma no, non è possibile! Ma io dico in soldi italiani.
Non ci sono più abituata ai pacchi, no.
*
Mi braccano.
Nel treno mi siedo, mi giro un attimo a destra e neanche il tempo di rendermene conto mi investe una tosse in piena faccia. Prendo l'autobus e la signora mi starnutisce nei capelli. Vado in ufficio e il mio compagno di stanza si soffia il naso. Torno a casa e mentre mia madre ha la febbre a trentanove e mezzo è mio padre che si prende gli antibiotici.
Io comunque mi sento in un lazzaretto, non so voi. A parte che sono oggettivamente un ospedale ambulante, mi è partita la narice destra, ho le labbra ad Alba Parietti e il colorito di Edward mani di forbici. E pure i capelli ad Edward mani di forbici, a dire proprio tutta la verità.
Esempio di come sarà il mio naso tra un paio di giorni
se continuo a starnutire come oggi
Per il resto sto bene.
Mi preme solo un dubbio (e ogni riferimento è puramente casuale): se uno va con un trans è un quasi gay?
Con un'espressione finissima da erudito qual è, Filosofo, sentendo come si sta sviluppando la mia vita, ha riassunto tutto dicendo che sto per diventare una globetrotter. Io gli ho risposto, da brava utilitarista quale sono, che in realtà sto diventando una di quelle che si mettono a correre per la stazione passandoti con decisione il trolley sulle dita dei piedi.
Che poi vorrei dire che di solito sono anche piuttosto attenta, a non pestare la gente. Io sento ancora il mio trolley come qualcosa al di fuori di me, un'appendice artificiale da tenere sotto controllo. Eppure lunedì mattina ero stanca e, che dirvi, ho pestato una signora. E quella ha urlato, urlato. Che io ho detto "oh, e signora!", come a dire che era lei lla colpevole, che aveva rotto la mia corsa folle verso l'autobus.
Mi è finita la morale sotto le rotelline. Salvatemi!
Post scriptum
Se non aggiorno di più, prometto solennemente che mi autoschiaccio i piedi con il mio trolley più e più volte.
Per come stanno andando le cose mediaticamente parlando, io spero solo che le case di Messina non saranno quelle che ci sono ora all'Aquila.
Il miracolo di moltiplicare le casette di emergenza verrebbe bene, in effetti. Un po' come quando Mussolini inseguiva le flotte in giro per gli aeroporti dello stivale e si portava dietro i potenti di turno per far vedere che l'Italia aveva un sacco di aerei.
E da un punto di vista logistico non sarebbe neanche poi chissà quanto complicato: basterebbe cambiare un po' l'itinerario, dire agli autisti che si va in vacanza in Sicilia, invece che sulle coste dell'Abruzzo. Et voilà.
Solo che metti però che uno si sbaglia, carica sui camion la casetta e ci dimentica dentro qualche terremotato d'Abruzzo, poi ci ritroviamo tra un mese Vespa intervistare siciliani dallo strano accento del centr'Italia.
Mi tocca scrivere un post, altrimenti finisce che il mio blog diventa uno di quei blog mai aggiornati che non hanno alcun senso se non occupare impropriamente uno spazio (altrimenti utile) della rete.
La situazione nuda e cruda è questa.
Ieri ero in treno e mentre ascoltavo per la terza volta consecutiva Violet Hill dei Coldplay ho visto l'espressione che aveva l'uomo entrato un'ora prima nella mia carrozza mentre guardava sua figlia. Lei aveva più o meno tre anni e lui la guardava come se fosse il miracolo più bello del mondo. E mi sono messa a piangere. Ma proprio a lacrimare copiosamente, così, in silenzio, guardando oltre il finestrino. Tant'è che ho visto con la coda dell'occhio la donna che stava seduta affianco a me cominciare a guardarmi preoccupata. Ho fatto finta di niente, ma dentro mi sono sentita come quando una quindicina di giorni fa mi sono fermata nel bel mezzo di piazza San Pietro, mi sono girata a guardare la Basilica e alla fine, di quel turbine di emozioni che ti prende quando vedi dove può arrivare il genio umano, mi ha presa solo la sensazione di essere, in quel momento, completamente sola. O come quando mi sono seduta su un divanetto della sala dove sta il Galata morente e lì sono rimasta a guardarne le piante dei piedi, i baffi, i capelli, per almeno mezz'ora.
Domani devo lavorare con uno che mi è stato presentato oggi pomeriggio in fretta e furia, poco dopo una giornata di inesauribili riunioni e poco prima che mi toccasse ricevere la ramanzina della Capa per delle fotocopie che avevo lasciato in ufficio. Io pensavo che questo fosse stagista come me, o al massimo un consulente di grado basso, e allora quando hanno deciso (lui e un altro di cui conoscevo il -ragguardevole- curriculum) che data la scarsità di risorse lo avrei affiancato io, nel lavoro, non mi sono poi posta chissà quali problemi. Poi usciamo tutti dalla stanza, la Capa mi prende da parte e mi accarezza prima la mano. E poi i capelli. E mi fa "scusa, non era mia intenzione gettarti all'improvviso in questo casino". E io ora sono un po' preoccupata. Sia perché non so cosa mettermi addosso (particolare stupido, ma purtroppo più rilevante di quanto possa sembrare), sia perché non so cosa dovrò dire.
Considerato che sto creando da tre giorni dei pdf, e che ogni maledettissima volta che mi sembra di aver finito faccio un check finale e mi accorgo con sgomento che c'è ancora una volta un errore (e che quindi devo ricorreggere e ricreare ancora una volta); considerato che stanotte c'era una zanzara che mi ronzava nelle orecchie; considerato che non vedo l'ora di avere un po' di tempo per commentare qui la rassegna stampa che a volte riesco a leggere nella pausa pranzo, mi pare di essermi lamentata abbastanza, per oggi.
Dimenticavo di dire che fino all'altroieri io provavo per i coldplay quello che più o meno provo attualmente per gli U2. Mi sono ritrovata ad ascoltare Violet Hill senza sapere cosa fosse e di chi fosse e mi sono innamorata all'istante non solo della musica, ma anche del cantante. Quando ho saputo che era dei coldplay mi è crollato il mondo addosso. E' stato come ritrovarsi a cantare una canzone di Biagio Antonacci e scoprire di sapere a memoria tutto il testo. raccapricciante.